Download gratuito per uso personale.
La fotografia può essere conservata, inviata come cartolina o stampata per uso privato. Non sono consentiti modifiche, pubblicazione, impiego editoriale, commerciale o promozionale senza autorizzazione scritta dell’autore

L’archivio è stato digitalizzato con scansioni professionali da pellicola.

Lei sorride, io dovrei stare zitto

Correggio, 1978. Una casa colonica, marito e moglie, io con l’Hasselblad.

Lei sorride. Le mancano i denti e sorride lo stesso. Anzi, «lo stesso» è già un’aggiunta mia: come se dovesse esserci un ostacolo da superare, un permesso da chiedere. Nella fotografia non c’è una bocca da nascondere. C’è il suo sorriso, aperto, senza paura.

Io, davanti a quel sorriso, ho fatto una fotografia. Adesso, dopo quasi cinquant’anni, dovrei forse dimostrare di aver capito qualcosa di molto importante.

È qui che cominciano i guai.

Potrei scrivere «la bellezza oltre i canoni». E già le avrei mandato una commissione a controllare il sorriso. Oppure «la dignità della donna contadina»: una frase che mette subito il vestito della domenica anche a chi non l’aveva chiesto.

Lei, intanto, continua a sorridere. E tutte queste premure sembrano servire più a me che a lei.

Non so che cosa pensasse del proprio aspetto. Non posso ricavare una vita intera da una fotografia, neppure da una che conosco così bene. Ma vedo che in quel momento, davanti a me e alla macchina fotografica, non chiude la bocca per presentarsi meglio. È questo che ancora mi sorprende: non mi offre una versione aggiustata di sé.

Accanto a questo ritratto c’è quello del marito, con il cappello, il fiammifero acceso e il fumo davanti al viso. Due fotografie nate nello stesso incontro. Non avevamo bisogno di concordare un messaggio da lasciare ai posteri. E meno male: probabilmente avremmo perso la giornata.

C’era la loro spontaneità, c’era la mia. C’era anche una macchina fotografica piuttosto seria, ma per fortuna nessuno dei due sembra essersi sentito in dovere di diventare un monumento.

Che cosa resta, per me, di quell’esperienza?

Resta il fatto che mi abbiano lasciato essere lì. Che per un momento fotografare non sia stato chiedere a qualcuno di diventare un’immagine conveniente, ma accogliere quello che mi stava dando.

E resta lei, soprattutto. Quel sorriso al quale non manca niente, benché manchino i denti.

Poi arrivo io, tanti anni dopo, e rischio di metterle davanti una pagina di spiegazioni.

Sarebbe un peccato: proprio adesso che sta sorridendo così bene.