Mario Carrieri. Un maestro, un amico 1976
Ci sono libri che, con il passare degli anni, smettono
di essere semplicemente libri.
Uno di questi è per me Milano, Italia di Mario Carrieri,
pubblicato da C.M. Lerici nel 1959.
Ho rivisto da poco il mio esemplare, quello che Mario mi regalò personalmente. Dentro c'è una sua dedica, e proprio quella dedica mi ha fatto tornare alla mente una storia che risale a quasi cinquant'anni fa. Conobbi Mario Carrieri intorno alla metà degli anni Settanta, attraverso il professor Giuseppe Adani .
A Correggio stava lavorando a un importante servizio fotografico sul Palazzo dei Principi, commissionato dalle Casse di Risparmio italiane. Io avevo poco più di vent'anni e, grazie anche ai rapporti con gli sponsor bancari, ebbi la possibilità di seguirlo, quasi come un assistente, ma soprattutto con la curiosità di capire come lavorava un fotografo che consideravo già un maestro.
Ricordo le sue riprese, il modo estremamente concentrato con cui affrontava il lavoro e, soprattutto, la sensazione che per imparare da lui fosse molto più importante guardare che ascoltare.Non mi sono dimenticato nemmeno di alcune fotografie richieste che non volle scattare...
Poi ci fu il flash su Lugano.
Venni a sapere che Carrieri stava lavorando là e, semplicemente, decisi di andare a vederlo.
Partii da Correggio alle cinque del mattino, prima un autobus poi il treno da Reggio Emilia.
Non era un incarico. Non mi aveva chiamato nessuno. Volevo soltanto vedere come lavorava.
Arrivai verso le 11,00 e mi sembrò che Carrieri fosse sorpreso di vedermi. Il lavoro si svolgeva in una specie di grande garage blindato. Carrieri fotografava una collezione di sculture africane in un set organizzato e io rimasi praticamente tutta la giornata a guardare.
Aveva due Hasselblad a pellicola e utilizzava due dorsi differenti, e successivamente, sviluppi differenti, naturalmente sugli stessi soggetti. Non dava per scontato che una sola soluzione fosse sufficiente.
Osservavo il modo in cui studiava la luce, il fondale, il punto di vista, la resa della materia. Forse lì capii quanto lo sfondo possa vivere in autonomia rispetto al soggetto Quel giorno non c'era fretta.
C'era una ricerca quasi esasperata della soluzione migliore.
Le fotografie vennero poi stampate per un importante convegno tenutosi a VeneziaSolo molto tempo dopo avrei capito fino in fondo che quelle fotografie non erano semplicemente una serie realizzata per una collezione privata.Carlo Monzino era infatti una figura centrale nella diffusione e nello studio dell'arte africana in Italia. Aveva fondato l'Associazione degli Amici dell'Arte Extraeuropea, la PORO, e nel 1976 avrebbe promosso a Venezia un importante convegno dedicato all'arte africana, del quale furono raccolti gli interventi nel primo numero dei Quaderni PORO.
E quindi quelle fotografie che io stavo osservando nascere a Lugano avrebbero avuto una vita molto più ampia di quanto potessi immaginare allora, e che imparo solo oggi.
Queste fotografie di sculture. Entravano in quel grande movimento di studio, documentazione e divulgazione dell'arte africana che Monzino stava costruendo in quegli anni. Io, naturalmente, a vent'anni non potevo avere questa visione d'insieme. Ero semplicemente partito alle cinque del mattino da Correggio per vedere come lavorava Mario Carrieri.
Molti anni dopo avrei capito ancora meglio quel suo modo di lavorare, che avevo già allora definito, prendendo a prestito un'espressione che mi era rimasta impressa, «il masochismo della perfezione».
Dal post Linkedin del 10 settembre 2026
Durante il rientro a MIlano con una Dyane 4, prima del valico di Chiasso, ricordo ancora dei grandi nembocumuli sulle Alpi.
Carrieri indicando le nuvole sul lago mi disse che la fotografia era proprio questo: un istante, un attimo.
Infatti nel giro di pochi minuti il paesaggio cambiò completamente.Sono passati quasi cinquant'anni e quella frase mi è rimasta dentro.
Ma la storia non finì.
A Milano ebbi modo di frequentare lo studio di via Spallanzani, che ricordavo essere stato in precedenza del fotografo Ugo Mulas.
Lì vidi un'altra parte della sua anima : la camera oscura, le stampe in bianco e nero, gli sviluppi differenziati, la ricerca della stampa definitiva.
Conobbi così il lavoro di stampa di Paolo Vandrash e vidi le fotografie della scultura africana trasformarsi in immagini di grande formato, smaltate e rifinite con una cura quasi maniacale.
Si potevano maneggiare come carte da gioco da come erano stese e rigide.
Appese in ufficio le sue fotografie americane in bianco nero, invece facevano capolino sulle pareti illuminate da neon.
Immagini che mi colpirono profondamente per la costruzione, la profondità e quella attenzione che sembrava non lasciare nulla al caso.
E ricordo una frase che Carrieri mi disse da subito :
«Le cose o le capisci senza spiegazioni, oppure non c'è niente da fare.» Quindi più opere che parole. Come mi è rimasta dentro un'altra sua considerazione, riferita proprio alle fotografie di Milano, Italia.
Carrieri mi disse che quelle immagini le aveva fatte quando aveva ventitré o ventiquattro anni e che una cosa così non sarebbe più riuscito a farla.
Una frase che allora mi colpì molto. Oggi la penso ancora. Forse non significava che con gli anni si diventa necessariamente fotografi peggiori.
Forse voleva dire che esiste uno sguardo che appartiene a una determinata età, a una determinata disponibilità verso il mondo, e che quell'istante della vita non torna più.
Per questo oggi, riguardando Milano, Italia, quel libro per me non è soltanto un grande libro fotografico. È un oggetto personale. È il ricordo di un uomo che ho incontrato quando ero molto giovane, di un fotografo dal quale ho imparato osservandolo lavorare, e di un periodo della mia vita nel quale cercavo, spesso andando a cercarmele da solo, le occasioni per capire qualcosa in più del mestiere che avevo scelto.
E questa dedica, che oggi ritrovo dopo tanti anni, dà a tutto questo un significato ancora più concreto.
Un libro passato dalle sue mani alle mie.
Mario Carrieri è scomparso nell'aprile di quest'anno 2026.
Mi sono accorto che, in fondo, alcune persone continuano a comunicare anche quando non ci sono più.
Basta riaprire un libro.
La mia prima macchina fotografica
1964
Avevo dieci anni quando arrivò la mia prima macchina fotografica.
Era una piccola Kodak Fiesta Camera, regalata da mia nonna paterna....
Non potevo certo immaginare che quell'oggetto avrebbe segnato il mio percorso professionale per tutta la vita.
Oggi, la possiedo ancora. Quasi integra.
Di quella macchina fotografica ricordo soprattutto le scottature delle lampadine flash.
Erano usa e getta e praticamente scoppiavano ad ogni scatto.
Allora cercavo di cambiarle in fretta, prima ancora che si fossero raffreddate. Evidentemente la pazienza non era ancora tra le mie qualità.
A Correggio intorno a casa cosa potevo fotografare se non i miei amici ? E le partite di basket o pallavolo giocate nella palestra delle scuole medie Marconi. Qui rivedo compagni delle medie e amici più o meno coetanei.
Restando su temi professionali posso solo dire che oggi posto tre scatti fatti sicuramente con flash.
1) Foto di gruppo indimenticabile di correggesi vittoriosi 2) errore affascinante di un doppia esposizione casuale durante la premiazione.
3) l’ immancabile pubblico
Dal post Linkedin del 1 settembre 2026
Un piccolo incontro con le suore di clausura
Molti anni fa stavo lavorando al primo volume sulla Cultura popolare nell’Emilia-Romagna.
In quel periodo mi capitava di girare per la Romagna per raccogliere informazioni e individuare luoghi dove avrei poi dovuto fotografare.
Così arrivai a Brisighella, un piccolo centro affascinante, in un convento di suore di clausura.
Era una mattina silenziosa, quasi nessuno per strada.
Suono.
Si apre il portone in legno chiaro, tirato da una corda.
Dopo poco si apre uno spiraglio attraverso la ruota, quella piccola apertura che permetteva di parlare con chi stava dall’altra parte senza vedersi.
Intravedo in controluce una suora che mi parla iniziando con:
«Sia lodato Gesù Cristo».
Spiego il motivo della mia visita, chiedo le informazioni che mi servono e la disponibilità relativa.
È un incontro molto breve. In realtà non concludo assolutamente nulla: era soltanto un primo contatto, un sopralluogo come tanti.
Ci salutiamo.
La ruota si richiude e, alle mie spalle, in perfetto sincronismo, inizia a muoversi anche l’unico portone d’accesso.
In quel momento mi rendo conto che c’è un piccolo problema:
io sono ancora dentro, nell’anticamera della clausura.
Per fortuna riesco a uscire sgattaiolando di corsa.
Avevo 22 o 23 anni.
Non avevo ancora fatto nessuna fotografia, non avevo nessun accordo e non avevo scoperto nulla di particolarmente utile.
Però avevo già imparato una cosa importante:
non farsi prendere dal panico e conoscere una via d’uscita già prima di entrare.
Dal post Linkedin del 3 settembre 2026