Bologna Italia — 2020
Mi occupo di fotografia d’arte, architettura e patrimonio culturale; collaboro con editori, musei, archivi e istituzioni. Condivido il mio lavoro anche attraverso l’insegnamento
Libri e pubblicazioni
Il fotografo e la scena
Marco Ravenna
Fotografo di arte, architettura e patrimonio culturale
Entra un fotografo con una macchina, un cavalletto, qualche lastra di pellicola e il tempo necessario a guardare.
Non domanda all’opera di mettersi in posa: aspetta che la luce, passando, ne riveli la voce.
Sono un fotografo specializzato nella documentazione di opere d’arte, architettura e patrimonio culturale. Collaboro con editori, musei, istituzioni, archivi e committenze private, in Italia e all’estero, per progetti editoriali, cataloghi, pubblicazioni e campagne fotografiche.
Le fotografie realizzate nel corso della mia attività sono apparse in oltre cento libri, cataloghi e pubblicazioni dedicate all’arte, all’architettura e al patrimonio culturale.
Un mestiere di luce
Ho imparato il mestiere quando la fotografia richiedeva tempo, pellicola e pazienza. In Italia, lavorare accanto all’arte e all’architettura significa ricevere ogni giorno un privilegio e una responsabilità: misurare la luce, riconoscere i materiali, rispettare le opere e provare a restituirne l’esistenza attraverso un’immagine.
Dopo gli studi liceali, ho frequentato il DAMS dell’Università di Bologna.
Durante quegli anni ho seguito gli insegnamenti di Furio Colombo, approfondendo il tema dell’immagine video e della comunicazione.
Nello stesso periodo, in modo del tutto autonomo, ho partecipato alla nascita e alla gestione di VideoCorreggio Canale.52, emittente locale televisiva fondata nel 1978, fra le prime in Italia a trasmettere via etere.
Realizzata interamente su base volontaria, fu un’esperienza pionieristica di televisione locale che, pur poco ricordata, considero una tappa importante nella storia italiana del mezzo.
Un’antenna, poche mani e una volontà comune:
non sapevamo ancora quanto lontano sarebbe arrivata l’immagine.
Nel 1982 ho seguito a Chinon, in Francia, un corso di specializzazione in fotografia di ritratto con Bernard Descamps.
Nel 1986 ho frequentato il corso di specializzazione sul linguaggio della fotografia presso il Visual Studies Workshop di Rochester, New York, condotto da Nathan Lyons, artista, curatore e fondatore dell’istituzione.
Sono state esperienze diverse ma complementari, che hanno allargato il mio modo di pensare la fotografia: non soltanto come tecnica, ma come relazione con le persone, con i luoghi e con il tempo necessario a guardarli.
Cambiare lingua, città e sguardo non significa allontanarsi dal proprio mestiere:
significa tornare a vederlo per la prima volta.
La mia formazione è cresciuta dentro la cultura italiana: non soltanto nelle aule, ma nel confronto continuo con dipinti, affreschi, manoscritti, architetture, biblioteche, musei e libri.
Non è stata soltanto una specializzazione: è stata un’eredità, capace di modificare per sempre il mio modo di vedere.
Nel tempo ho portato questa esperienza anche nell’insegnamento, come docente di fotografia dei beni culturali presso l’ISIA di Urbino. Insegnare ha significato mettere alla prova le parole, trasmettere un metodo e ricordare, prima di tutto a me stesso, che la tecnica non basta se non è accompagnata dalla capacità di vedere
Nel 2020 ho ottenuto una borsa di studio per frequentare un corso di sceneggiatura presso Bottega Finzioni, a Bologna. Dopo molti anni trascorsi a costruire immagini per libri, cataloghi e progetti culturali, ho sentito il bisogno di tornare dall’altra parte del tavolo: imparare di nuovo, confrontarmi con la struttura di un racconto, con i personaggi, con ciò che accade prima e dopo un’immagine.
Non è stato un allontanamento dalla fotografia, ma un modo per guardarla diversamente. Ogni fotografia contiene una storia interrotta o appena iniziata; la sceneggiatura mi ha aiutato a riconoscere meglio ciò che resta fuori dall’inquadratura
Nel novembre 2024 ho realizzato la campagna fotografica per la digitalizzazione dell’archivio storico della Vetreria d’Arte Gamberini di Bologna: circa settecento cartoni, bozzetti e disegni preparatori per vetrate artistiche, alcuni di dimensioni eccezionali.
Un lavoro di riproduzione ad alta definizione, costruito per restituire con precisione disegno, colore, materia e scala di un patrimonio destinato alla catalogazione, alla conservazione e a una nuova consultabilità.
Qui non è la velocità a comandare. La bellezza non entra in scena a richiesta; bisogna essere pronti quando decide di mostrarsi.
Dalla pellicola al digitale
Ho lavorato a lungo in analogico, con pellicole piane di grande formato, apparecchiature Hasselblad e Horseman, ottiche Rodenstock e Schneider. Sino agli anni Duemila, la pellicola piana ha accompagnato il mio lavoro; poi sono passato ai sistemi digitali professionali.
Ma non è cambiato il metodo: controllo della luce, precisione, conoscenza dei materiali e attenzione alla resa dell’immagine sono rimasti il fondamento di ogni fotografia.
Conservo ancora i corredi analogici: soffietti, obiettivi pesanti, cavalletti, flash elettronici, vetri smerigliati, esposimetri, termocolorimetri e filtri da porre dietro l’obiettivo. Non sono semplici strumenti del passato: sono la memoria concreta di un modo di lavorare, fatto di preparazione e attesa.
Opere, libri, archivi
Nel corso degli anni ho realizzato campagne fotografiche complete per volumi, cataloghi e progetti culturali, documentando opere diverse per epoca, materia e dimensione.
Tra le esperienze che considero più importanti vi sono la documentazione integrale della collezione di Ulisse Aldrovandi, la Bibbia di Borso d’Este e una lunga collaborazione con l’Enciclopedia Italiana Treccani. Ogni lavoro ha richiesto una risposta diversa: la stessa cura, però, è rimasta sempre necessaria.
Fotografare un’opera d’arte è confrontarsi con ciò che una cultura ha creato e custodito nei secoli. A volte significa riportare alla vista soggetti nascosti, fragili, dimenticati; altre volte significa aiutarli a tornare nel mondo, senza tradirne la materia e il silenzio.
Un dipinto non parla più forte perché lo si illumina troppo. Anche la fotografia, come il teatro, conosce l’arte dell’ombra.
Nel tempo ho affiancato all’attività professionale l’insegnamento della fotografia. Ho insegnato fotografia dei beni culturali all’ISIA di Urbino e ho organizzato numerosi corsi di fotografia, rivolti a persone con esperienze e aspettative diverse.
Insegnare non ha significato soltanto trasmettere un metodo — dalla lettura della luce alla cura dell’inquadratura, dalla conoscenza degli strumenti alla costruzione di un’immagine — ma anche continuare a imparare. Ogni corso, ogni domanda e ogni sguardo inatteso mi hanno ricordato che la fotografia non è una tecnica da consegnare una volta per tutte: è una pratica che si rinnova nel confronto.
Credevo di indicare loro una strada; ma furono anch’essi, spesso, a insegnarmi che l’occhio non finisce mai di imparare a vedere
Ciò che resta fuori scena
Accanto ai lavori su commissione, negli anni ho fotografato persone, incontri, viaggi, spettacoli, luoghi e situazioni senza una destinazione prevista. Molte di quelle immagini sono rimaste ferme per decenni, in cassetti, scatole e archivi: pellicole non stampate, diapositive ritrovate, frammenti di tempo che attendono un secondo sguardo.
Tornare oggi a fotografie di oltre cinquant’anni fa è un viaggio impegnativo e affascinante.
Insieme a Maura Colatini ho costruito, nel tempo, l’Archivio Marco Ravenna: un lavoro paziente di conservazione, ordinamento e riconoscimento di negativi, diapositive e fotografie rimaste per anni nelle scatole, nei cassetti e negli schedari.
Non si è trattato soltanto di raccogliere materiali. Un archivio nasce quando le immagini vengono nuovamente guardate, nominate e messe in relazione fra loro. Molte fotografie che sembravano ferme in uno spazio e in un tempo lontani hanno così ritrovato una possibilità di essere viste, raccontate e considerate in modo diverso.
Rimpiango, forse, di non avere fotografato ancora di più; ma è proprio da quelle immagini recuperate che nasce questo sito.
Una fotografia attende; ma un archivio comincia
quando due sguardi decidono di restituirle un nome e un tempo.
Continuo a credere che fotografare significhi cercare ciò che sta sotto la superficie: qualcosa che talvolta si concede soltanto a chi ha saputo aspettare.