Adriano Peroni, mezzo metro di neve e un mazzo di chiavi

Di Adriano Peroni conservo ricordi indelebili di professionalità e umanità. Ma, più delle occasioni ufficiali, mi piace ricordare certe avventure di lavoro: quelle in cui le persone vengono fuori anche da come affrontano un imprevisto. O un custode.

Nel lontano inverno del 1982 partimmo da Bologna per il Museo Nazionale di Ravenna. Dovevamo fotografare una sinopia da pubblicare nel volume L’Alto Medioevo. La Volvo D6 era stracarica di attrezzatura e una nevicata sorprendente aveva coperto tutto con mezzo metro di neve. Un viaggio abbastanza surreale, ma vero: di quelli in cui arrivare a destinazione sembra già un risultato professionale.

Pensavo che la parte più avventurosa fosse stata l’attraversata. Mi sbagliavo.

L’immagine di accompagnamento è una libera interpretazione del ricordo, non una fotografia dell’episodio.

Nel museo, ospitato in un ex convento, quel giorno c’eravamo praticamente soltanto noi. Ricordo ancora la voce del professore che mi raggiunse da lontano, risuonando nei grandi ambienti. Un custode non riteneva fosse suo dovere aprire alcune teche. Dopo tutta quella strada, con la neve e la macchina carica di attrezzatura, non era esattamente la risposta che Peroni era disposto ad accettare.

Alto, magro, distinto, sempre in giacca e cravatta e, quel giorno, naturalmente in cappotto, il professore poteva far sentire la propria autorevolezza anche senza una cattedra. In quell’occasione la fece sentire piuttosto bene. Non ricordo le parole esatte, ma ricordo il tono e, soprattutto, il risultato: da quel momento il custode rimase a nostra completa disposizione per tutta la giornata.

La neve non si poteva convincere a collaborare. Il custode, evidentemente, sì.

Alla fine fotografammo la sinopia senza problemi. Ed è forse questo il punto: dietro quell’episodio c’era una passione per il lavoro molto concreta, che non si esauriva nei discorsi.

C’erano cose da studiare, immagini da realizzare, un libro da portare a termine.

Con Peroni ricordo soprattutto dialoghi positivi e propositivi, dai quali ho imparato moltissimo.

Non lezioni nel senso formale del termine: si imparava parlando, lavorando insieme, cercando il modo di fare bene le cose. Io probabilmente ero anche un tramite fra ciò che lui voleva studiare e mostrare e le opere che andavo a fotografare.

Ripensando a lui, a Fumagalli, a Cadei e a Romanini, vedo intrecciarsi una serie di incontri e rapporti che considero una grande fortuna. Non una sfilata di cattedratici, ma persone con un’etica e un desiderio concreto di fare.

Allora, però, non stavo a fare questi bilanci. C’era da fotografare una sinopia e poi ricaricare la Volvo.

Possibilmente prima di un’altra nevicata.

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Il nome che mancava