Mario Carrieri. Un maestro, un amico - 1976

 

MILANO ITALIA di Mario Carrieri

 

Durante il rientro a MIlano con una Dyane 4, prima del valico di Chiasso, ricordo ancora dei grandi nembocumuli sulle Alpi.

Carrieri indicando le nuvole sul lago mi disse che la fotografia era proprio questo: un istante, un attimo. 

Infatti nel giro di pochi minuti il paesaggio cambiò completamente.

Sono passati quasi cinquant'anni e quella frase mi è rimasta dentro.

Ma la storia non finì.

A Milano ebbi modo di frequentare lo studio di via Spallanzani, che ricordavo essere stato in precedenza del fotografo  Ugo Mulas.

Lì vidi un'altra parte della sua anima : la camera oscura, le stampe in bianco e nero, gli sviluppi differenziati, la ricerca della stampa definitiva.

Conobbi così il lavoro di stampa di Paolo Vandrash e vidi le fotografie della scultura africana trasformarsi in immagini di grande formato, smaltate  e rifinite con una cura quasi maniacale.

Si potevano maneggiare come carte da gioco da come erano stese e rigide.

Appese in ufficio le sue fotografie americane in bianco nero, invece facevano capolino sulle pareti illuminate da neon.

Immagini che mi colpirono profondamente per la costruzione, la profondità e quella attenzione che sembrava non lasciare nulla al caso.

E ricordo una frase che Carrieri mi disse da subito :

«Le cose o le capisci  senza spiegazioni, oppure non c'è niente da fare.» Quindi più opere che  parole. Come mi è rimasta dentro un'altra sua considerazione, riferita proprio alle fotografie di Milano, Italia.

Carrieri mi disse che quelle immagini le aveva fatte quando aveva ventitré o ventiquattro anni e che una cosa così non sarebbe più riuscito a farla.

Una frase che allora mi colpì molto. Oggi la penso ancora. Forse non significava che con gli anni si diventa necessariamente fotografi peggiori.

Forse voleva dire che esiste uno sguardo che appartiene a una determinata età, a una determinata disponibilità verso il mondo, e che quell'istante della vita non torna più.

Per questo oggi, riguardando Milano, Italia, quel libro per me non è soltanto un grande libro fotografico. È un oggetto personale. È il ricordo di un uomo che ho incontrato quando ero molto giovane, di un fotografo dal quale ho imparato osservandolo lavorare, e di un periodo della mia vita nel quale cercavo, spesso andando a cercarmele da solo, le occasioni per capire qualcosa in più del mestiere che avevo scelto.

E questa dedica, che oggi ritrovo dopo tanti anni, dà a tutto questo un significato ancora più concreto.

‍ Un libro passato dalle sue mani alle mie. ‍

Mario Carrieri è scomparso nell'aprile di quest'anno 2026.

Mi sono accorto che, in fondo, alcune persone continuano a comunicare anche quando non ci sono più.

Basta riaprire un libro.

Ci sono libri che, con il passare degli anni, smettono di essere semplicemente libri.

Uno di questi è per me Milano, Italia di Mario Carrieri,

pubblicato da C.M. Lerici nel 1959.

Ho rivisto da poco il mio esemplare, quello che Mario mi regalò personalmente.

C'è una sua dedica, e proprio quella mi ha fatto tornare alla mente una storia che risale a quasi cinquant'anni fa.

Conobbi Mario Carrieri intorno alla metà degli anni Settanta, attraverso il professor Giuseppe Adani .

L’incontro a Correggio

A Correggio stava lavorando a un importante servizio fotografico sul Palazzo dei Principi, commissionato dalle Casse di Risparmio italiane. Io avevo poco più di vent'anni e, grazie anche ai rapporti con gli sponsor bancari, ebbi la possibilità di seguirlo, quasi come un assistente, ma soprattutto con la curiosità di capire come lavorava un fotografo che consideravo già un maestro.

Ricordo le sue riprese, il modo estremamente concentrato con cui affrontava il lavoro e, soprattutto, la sensazione che per imparare da lui fosse molto più importante guardare che ascoltare.Non mi sono dimenticato nemmeno di alcune fotografie richieste che non volle scattare... 

Il viaggio in Svizzera

Poi ci fu il flash su Lugano.

Venni a sapere che Carrieri stava lavorando là e, semplicemente, decisi di andare a vederlo.

Partii da Correggio alle cinque del mattino, prima un autobus poi il treno da Reggio Emilia.

Non era un incarico. Non mi aveva chiamato nessuno. Volevo soltanto vedere come lavorava.

Arrivai verso le 11,00 e mi sembrò che fosse sorpreso di vedermi. Il lavoro si svolgeva in una specie di grande garage blindato. Il maestro fotografava una collezione di sculture africane in un set organizzato e io rimasi praticamente tutta la giornata a guardare.

Aveva due Hasselblad a pellicola e utilizzava due dorsi differenti, e successivamente, sviluppi differenti, naturalmente sugli stessi soggetti. Non dava per scontato che una sola soluzione fosse sufficiente.

Osservavo il modo in cui studiava la luce, il fondale, il punto di vista, la resa della materia. Forse lì capii quanto lo sfondo possa vivere in autonomia rispetto al soggetto. Quel giorno non c'era fretta.

C'era una ricerca quasi esasperata della soluzione migliore. 

Le fotografie vennero poi stampate per un importante convegno tenutosi a Venezia. Solo molto tempo dopo avrei capito fino in fondo che non erano semplicemente una serie realizzata per una collezione privata.

Carlo Monzino, il committente, era infatti una figura centrale nella diffusione e nello studio dell'arte africana in Italia e nel 1976 avrebbe promosso a Venezia un importante convegno dedicato, del quale furono raccolti gli interventi nel primo numero dei Quaderni PORO. 

Quindi quelle fotografie che io stavo osservando nascere a Lugano avrebbero avuto una vita molto più ampia di quanto potessi immaginare allora, e che imparo solo oggi.

Le mmagini di sculture entravano in quel grande movimento di studio, e divulgazione dell'arte africana che Monzino stava costruendo in quegli anni. Io, naturalmente, a vent'anni non potevo avere questa visione d'insieme. Ero semplicemente partito alle cinque del mattino da Correggio per osservare.



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Il ginnasio e il liceo Correggio 1968-73