Prendo temporaneamente in prestito il titolo di una serie televisiva di successo
Una direttrice di una biblioteca italiana mi chiama. Sta preparando una pubblicazione e vorrebbe utilizzare alcune fotografie del mio lavoro già realizzato su volumi del Cinquecento. Pezzi magnifici dipinti a mano in un formato poco più grande di una rivista.
Prima di qualsiasi decisione, vuole capire di chi siano i diritti. Mi chiede se le immagini sono mie, se ho già avuto un incarico, se l’utilizzo editoriale rientrava nella destinazione prevista. Prende appunti. E' seria e un po’ impacciata. Nessuna fotografia, mi spiega, verrà usata senza un accordo con l’autore, quindi con me.
Un editore di conseguenza mi convoca. Vuole controllare insieme a me la resa delle fotografie, dai toni alla struttura della carta. Facciamo assieme le prove di stampa. Mi chiede come intendevo la luce, che cosa conservare e cosa correggere. Del resto, mi disse, chi aveva più esperienza di me per una riscontro?
Poi parla di compensi: metà in anticipo, prima di andare in stampa. Metà all' uscita della pubblicazione. Firmiamo un contratto .
Arriva in seguito una lettera dalla Francia. Un coeditore chiede espressamente la concessione dei diritti per le mie fotografie. Nessuno dà nulla per scontato: il mio nome sarà stampato nei crediti di entrambi i volumi. Perché i libri, in questa storia, sono due, anzi diventano quattro vista la coedizione straniera.
I grafici dei libri si attengono agli scatti originali. Le pagine restano integre, con la loro carta, le loro variazioni di tono, i segni del tempo, come si dice il loro sapore e quasi il loro profumo.
Chi ha l' ultima parola mi chiede un parere su eventuali modifiche. Io dico che cosa andrebbe perso, tentando di amplificare la traduzione con ritagli e scontorni.
Mi ascoltano addirittura rroducendo le pagine complete, circondate per la rifilatura, non perfetta dell originale, da un piccolo bordo nero
I due-quattro libri vengono pubblicati, anche all’estero. Le fotografie conservano ciò che avevo cercato di documentare. Il mio nome è stampato nei crediti, il compenso è stato concordato, ogni utilizzo autorizzato. Mi arrivano a casa le copie di diritto.
Sorprendente vero ? Peccato che la realtà abbia ampiamente superato la fantasia più becera…. segue ………….
Il fotografo sul foglio volante
L’ ipotetica pagina aggiunta al volume in cui mancavano i crediti
La donna nella fotografia non esiste. L’ho costruita con l’intelligenza artificiale.
La storia che segue, invece, è accaduta.
Cercavo una figura che corrispondesse alla mia idea di lei, nel suo ruolo. L’ho immaginata fra gli scaffali, con una mano su un volume e lo sguardo rivolto verso pensieri sempre uguali.
Una bibliotecaria verosimile, almeno per come l’ho vista io: una persona abituata a stare dalla parte di chi crede di decidere, senza sentire un particolare bisogno di spiegarsi.
Ho scelto questo volto per raccontare una storia iniziata circa vent’anni fa. Avevo realizzato quasi tremila fotografie per un lavoro di documentazione su volumi del Cinquecento.
Non fotografavo soltanto le figure dipinte : mi interessava restituire anche la carta su cui comparivano, il suo colore, le irregolarità, le scritte, i segni del tempo. Avevo curato la luce perché tutto questo rimanesse leggibile. Quelle immagini erano destinate a una consegna precisa, non alla pubblicazione dei due libri nei quali sarebbero poi comparse.
Prima della produzione degli stessi, l’editore mi aveva contattato per fare delle prove di stampa sulle mie fotografie. Mi aveva anche chiesto un' immagini. Poi, il silenzio.
Le fotografie furono acquisite all’interno dell’università: non so da chi, né attraverso quali passaggi, e scivolarono verso chi le avrebbe usate.
L' inganno era duplice sia dall’editore, che si era rivolto a me prima della pubblicazione, che dalla curatrice, che di quelle immagini fece uso nei suoi libri senza interpellarmi.
Non ero stato ignorato fin dall’inizio. Ero stato coinvolto, poi lasciato fuori dai giochi mentre il mio lavoro proseguiva il suo percorso verso la stampa.