La stele del porcaro - Bologna Museo civico archeologico
Durante una delle mie prime esperienze fotografiche destinate a un libro, fotografai una stele antica che raffigurava un allevatore di suini, il porcaro, accompagnato dai suoi animali.
Il professor Giancarlo Susini esaminò la fotografia e mi disse soltanto che non aveva abbastanza rilievo. Non mi suggerì uno schema d’illuminazione: mi indicò ciò che mancava. Dovevo capire come ottenerlo.
Rifeci la fotografia con una luce più laterale. Le piccole ombre nelle lettere e lungo i contorni delle figure resero più leggibili le iscrizioni e diedero profondità al bassorilievo. L’opera era la stessa, ma la fotografia permetteva finalmente di leggerla. Usai le famose lampade Ianiro al quarzo per avere un controllo puntuale della luce e la stessa fotocamera Hasselblad con 80mm.
La prima versione della stele del porcaro
La versione definitiva della stele del porcaro
Durante una delle mie prime esperienze fotografiche destinate a un libro, fotografai una stele antica che raffigurava un allevatore di suini, il porcaro, accompagnato dai suoi animali.
Il professor Giancarlo Susini esaminò la fotografia e mi disse soltanto che non aveva abbastanza rilievo. Non mi suggerì uno schema d’illuminazione: mi indicò ciò che mancava. Dovevo capire come ottenerlo.
Rifeci la fotografia con una luce più laterale. Le piccole ombre nelle lettere e lungo i contorni delle figure resero più leggibili le iscrizioni e diedero profondità al bassorilievo. L’opera era la stessa, ma la fotografia permetteva finalmente di leggerla. Usai le famose lampade Ianiro al quarzo per avere un controllo puntuale della luce e la stessa fotocamera Hasselblad con 80mm.
Quell’esperienza mi tornò utile in seguito fotografando la stele di Truppico (Museo archeologico Cesena).
Stele di Truppico, prima versione
Stele di Truppico versione definitiva
Qui la luce laterale, necessaria per far emergere le iscrizioni, produceva ombre troppo marcate sui volti. Mantenni quindi quell’illuminazione, aggiungendo una schiarita frontale selettiva, controllata attraverso una maschera.
Dovevo rendere leggibili le figure senza appiattire la scrittura. Quindi decisi di scherare con velatini ignifughi la parte scritta per schiarire invece con una seconda luce i volti.
Insomma un po’ un’ acrobazia in diretta.
Illuminare un’opera non significa distribuire la luce uniformemente, ma capire quali caratteristiche devono emergere e trovare un equilibrio fra esigenze diverse.
È una conoscenza che ho costruito ogni giorno sul campo, osservando, provando e verificando. Naturalmente dopo lo sviluppo della pellicola !!
Ora continuo a utilizzare questa impostazione davanti al monitor : mi aiuta a decidere dove aprire un’ombra, dove conservare il contrasto e quando un intervento rischia di cancellare un’informazione anziché recuperarla.
Non è una contrapposizione fra analogico e digitale, né fra ripresa e postproduzione. Gli strumenti cambiano; la capacità di leggere la luce rimane e orienta il modo in cui li usiamo. Poi le scelte : prima o poi occorre farle
Ripensando all’osservazione di Susini, riconosco anche il valore di quell’insegnamento: non mi aveva dato una soluzione, ma mi aveva fatto notare ciò che non avevo ancora saputo vedere. Atteggiamento tipico dei grandi docenti
Le fotografie presentate sono scansionate direttamente dai negativi senza post produzione