La fotografia ricostruisce il tempo passato ?

Mi è capitato di tornare a fotografare una collezione di oggetti a circa vent’anni di distanza dalla prima campagna. Un ritorno sullo stesso lavoro, con la possibilità di confrontarmi non soltanto con gli oggetti, ma anche con le fotografie che ne avevo fatto allora.

Cinema Politeama Correggio 1982

Non cercavo un’interpretazione diversa.

Ho lavorato nello stesso modo delle volte precedenti, ritrovando addirittura lo stesso fondale. La disposizione delle luci, l’attenzione ai materiali, il rapporto fra gli oggetti e lo sfondo seguivano un metodo nel quale continuavo a riconoscermi.

Eppure, al momento di vedere le nuove immagini, è emersa una distanza. L’accuratezza del lavoro veniva riconosciuta, ma le fotografie non sembravano restituire la stessa emozione di quelle precedenti.

Non ne sono rimasto particolarmente turbato. Ero tranquillo sul lavoro svolto, sulla cura delle riprese e sulla qualità del risultato. Mi sono però trovato davanti a una richiesta difficile da interpretare: come avrei potuto restituire un’emozione che, per chi guardava, apparteneva alle immagini di vent’anni prima?

Riguardare le proprie fotografie

Avendo davanti il vecchio libro, ho potuto verificare quanto ricordavo. Il fondale era quello, l’impostazione delle fotografie sostanzialmente la stessa. Le immagini erano ben fatte. In alcune riconoscevo però piccoli difetti che oggi avrei corretto: dettagli che allora erano passati e sui quali adesso sarei intervenuto.

Non si trattava, quindi, di rimpiangere una qualità fotografica che non riuscivo più a raggiungere. Almeno per quello che potevo osservare, il nuovo lavoro non aveva perso l’attenzione del precedente.

C’era anche una differenza nel modo di vedere le immagini. Le vecchie fotografie erano dentro un libro: avevano una dimensione, una sequenza, un rapporto con la pagina e con le immagini vicine. Le nuove erano state osservate sul computer, prima di trovare una collocazione editoriale.

Non so quanto questo abbia influito sul giudizio. Ma guardando il volume mi sono chiesto se il confronto riguardasse davvero soltanto le fotografie, oppure anche il modo in cui, nel tempo, ci si era abituati a incontrarle.

Quello che chiediamo a un’immagine

Da quell’episodio mi è rimasta soprattutto una domanda sulla memoria.

Quando chiediamo a una fotografia di restituirci qualcosa che conosciamo, che cosa desideriamo ritrovare? L’aspetto di un oggetto, di un luogo, di una persona? Oppure il ricordo che ne abbiamo conservato?

Nel mio lavoro mi è capitato di avvertire una distanza fra queste due aspettative. Una fotografia può descrivere con precisione ciò che ha davanti e, nello stesso tempo, non corrispondere all’immagine che qualcuno porta con sé.

Lo penso soprattutto davanti alle fotografie delle persone scomparse. A volte guardiamo un ritratto e sentiamo che manca qualcosa. Riconosciamo la persona, ma non la ritroviamo del tutto. Vorremmo un’altra espressione, un altro gesto, qualcosa che sappia restituirci meglio il suo modo di essere.

Eppure quella fotografia non è necessariamente sbagliata. Ci mostra quella persona in un momento preciso. Siamo noi a cercarvi, forse, qualcosa che non appartiene a un solo momento: una familiarità costruita negli anni, il modo in cui ci guardava, il ricordo di una voce o di una presenza.

Non basta sempre riconoscere un volto per sentire di aver ritrovato qualcuno.

Una richiesta senza istruzioni

Non so se, nel caso di quella campagna fotografica, sia accaduto qualcosa di simile. Non posso sapere quale parte avessero le vecchie immagini nel ricordo di chi le guardava, né spiegare dall’esterno la delusione davanti alle nuove.

Posso però dire quale difficoltà ho incontrato come fotografo.

Se mi si chiede di modificare una luce, di rendere più leggibile una superficie, di cambiare il rapporto fra un oggetto e lo sfondo, so su che cosa lavorare. Posso discutere una scelta, proporre una soluzione, rifare una ripresa.

Se invece mi si chiede di ritrovare la stessa emozione di una fotografia lontana nel tempo, la richiesta diventa più incerta. Posso provare a comprenderla, ma non so se ciò che si cerca sia ancora interamente dentro l’immagine.

Questo non significa che il giudizio di chi guarda non conti. Significa, per me, riconoscere che non ogni distanza fra una fotografia e le aspettative di chi la osserva si risolve cambiando il modo di fotografare.

Lo stesso fondale, un altro tempo

Tornare su quel lavoro mi ha portato a interrogarmi meno sulle differenze fra le due campagne e più su ciò che, nel frattempo, poteva essere accaduto intorno alle immagini.

Le fotografie precedenti erano state stampate, pubblicate, guardate per anni.

Avevano accompagnato la conoscenza di quegli oggetti.

Le nuove arrivavano dopo, e venivano confrontate non soltanto con altre fotografie, ma con fotografie già vissute.

È questa la possibilità che mi interessa, al di là dell’episodio: che a un’immagine nuova venga chiesto di restituire anche il rapporto costruito nel tempo con un’immagine precedente.

Avevo ritrovato lo stesso fondale e avevo fotografato gli oggetti nello stesso modo.

Potevo ricostruire le condizioni della ripresa, controllare la luce, correggere un difetto.

Non potevo ricostruire anche i vent’anni durante i quali quelle prime fotografie erano state guardate e soprattutto ricordate.

Indietro
Indietro

Il nome che mancava

Avanti
Avanti

Ai confini della realtà